Epistola IX: la traduzione

[1-2-3-4] Prima di dedicarsi all’ubicazione della fondazione di Forlì, Morgagni si sofferma sul fondatore (Caio Livio Salinatore) e sulla data (188 a.C.). Riporta anche notizia di epigrafi conservate nel territorio, alcune che attestano la possibilità di una denominazione “Livia” per la città stessa e altre che recano il nome di consoli, il che denota quella perizia nell’analisi epigrafica che gli viene riconosciuta anche ai nostri tempi: ad Atene nel 1982, all’VIII Congresso internazionale di epigrafia, furono presentate alcune sue carte in proposito, tra l’ammirazione generale.


[5] Se anche appare chiaro dalle cronache della nostra città che i nostri antenati erano convinti che Forlì fosse stata ampliata da coloro che un tempo abitavano il territorio a sud e a ovest della città ad una distanza di un miglio e mezzo come sembravano indicare antiche basi di mura, sepolcri e rovine di templi spesso riportati alla luce (per quanto i pagani edificassero nelle campagne piuttosto che nelle città non solo sepolcri ma anche i templi dei loro dei), tuttavia, a quel che ricordo, nessuno ha mai negato che Forlì fosse stata fondata tra i due fiumicelli che ho ricordato con i nomi italiani di Acqua Cheta e Acqua Viva descrivendone l’antico corso nelle epistole II e IV. Qui, tra questi due fiumi, il sinistro ad occidente ed il destro ad oriente, i saggi Romani costruirono il foro cogliendo il vantaggio della freschezza dell’aria, della purezza e dell’abbondanza  dell’ottima acqua che scorreva in entrambi e di una certa naturale fortificazione del luogo contro le incursioni dei nemici. Che la città fosse stata costruita in quel luogo è indicato da marmi molto antichi, i più grandi e meglio lavorati dei quali sono stati ritrovati solo nella parte della città che era posta tra i due fiumi, e in nessun’ altra. Furono dissotterrati al tempo dei nostri antenati e se ne  sarebbero potuti ritrovare molti altri se non lo avessero impedito le fondamenta delle case sovrapposte a quelli.[…]

[5]  Etsi ex antiquis Civitatis nostrae Chronicis apparet, Majores non dubitasse, quin magna ad Livii Forum accessio facta ab iis esset qui olim incoluissent locum passibus supra hoc mille quingentis ad meridiem videlicet, simulque ad occidentem solem, ut ibi retecta saepe fundamenta prisca murorum, sepulchra, et templorum ruinae indicare videbantur (quanquam, ne de sepulchris hic quidquam dicam, templa quorundam Numinum Ethnici in agro potius, quam intra urbes, aedificabant) ab nemine tamen, quod meminerim, negatum legi, Forum ipsum Livii inter amniculos duos fuisse conditum, quos Epistola II.  et  IV.  italis vocabulis Acqua cheta, et Acqua viva, singulorum veterem describens cursum, memoravi. Inter illum igitur, sive sinistrum ad occidentem solem, et inter hunc, sive dexterum ad orientem Romani illi sapientes Viri Forum construxerunt, salubritatem aeris, et munditiem a praeterfluente utrinque aqua, et hujus optimae copiam, et naturalis cujusdam adversus hostium irruptiones munimenti opportunitatem secuti. Ibi autem construxisse, marmora indicant vetusta, quibus in nulla urbis nostrae parte majora, eademque magis ornata, sunt effossa, quam in ea quae inter amniculos illos duos erat interjecta. Effossa ea sunt patrum nostrorum aetate, et multa quoque simul erant quae effodi potuissent, nisi aedium fundamenta, illis imposita, prohibuissent.[…]


[6] Leggiamo che, un tempo, prima che si ampliassero i confini della nostra città, il fossato e le mura erano, da una parte, là dove ora si trova la chiesa di San Biagio, dall’altra, sul lato opposto, dove adesso vediamo la chiesa di Sant’Antonio in Ravaldino che prima era consacrata a Santa Maria Maggiore; tuttavia in origine il foro probabilmente non si estendeva ancora così tanto da nord a sud. Invece da ovest a est lo delimitavano quei due piccoli fiumi di cui ho parlato prima. Quindi il fiume di destra [Acqua Viva, ndr] scorreva alla sinistra di quel campo che ora è diventato la piazza cittadina, mentre sulla riva opposta si trovava la chiesa nella quale è sepolto il santo vescovo Mercuriale, probabilmente il secondo di quel nome. Ora in quell’antico discorso [di san Pier Damiani, ndr] riportato nella seconda epistola, si dice che quel santo corpo fu sepolto non lontano dalla città di Livio, di là dal fiume dunque fuori dalla città. Il fiume di sinistra [Acqua Cheta, ndr] poi delimitava la città dalla parte opposta. E infatti quest’ultimo fiume, come ho dimostrato nella epistola IV, scorreva vicino alla chiesa consacrata alla Santissima Trinità, la quale allora era la cattedrale e nella quale il corpo di San Mercuriale, primo vescovo di Forlì, era perciò stato sepolto per la prima volta. Dunque, dal momento che il fiume scorreva a fianco della chiesa, ne consegue che nelle antiche cronache là citate si dichiari che la chiesa stessa si trovava fuori dalla città, seppur vicina ad essa, sul fiume.[1]

[6] Quamvis enim legamus, priusquam urbis nostrae proferretur pomerium, fossam olim, et moenia fuisse ubi Templum nunc est Sancti Blasii, ab opposita autem plaga ubi Sacram modo videmus Aedem Sancti Antonii in Ravaldino, quae antea fuerat Sanctae Mariae Majoris; tamen fortasse ne illuc quidem priscis temporibus Fori perveniebat latitudo, a septemtrionibus  videlicet  ad meridiem. Ab occidente autem ad orientem solem terminos duo illi quos supra nominavi, definiebant amniculi. Cum enim dexter per latus sinistrum flueret ejus campi, qui nunc urbis Forum est, et adverso in latere Templum habet in quo corpus S. Episcopi Mercurialis, facile II., conditum est; in antiquo Sermone cujus verba Epistola II. retulimus, sacrum illud corpus sepultum esse dicitur non longe a Liviensi Urbe ultra Amnem; igitur extra urbem. Sinister autem amniculus ab opposita plaga urbem terminabat. Etenim cum sicuti ostensum est Epistola IV. pone sacram Aedem flueret, Triadi Sanctissimae dicatam, quae Aedes Cathedralis tunc erat, et in qua propterea  corpus S. Mercurialis I. Forliviensium Episcopi primum fuerat sepulturae mandatum; cum igitur pone illam Aedem flueret ipsa Aedes in vetustis, quae ibidem laudavimus, Chronicis fuisse dicitur extra, ac juxta civitatem prope flumen


[7] Prima di soffermarsi sull’origine dei borghi, Morgagni anticipa una  obiezione che gli potrebbe essere fatta, quella di voler contenere l’antica Forlì in confini troppo poco estesi. D’altra parte anche Dionigi di Alicarnasso sosteneva che era abitudine degli antichi costruire piccole città. Secondo Morgagni, inoltre, gli antichi erano più attratti dalle conquiste esterne che dalla costruzione di grandi città, senza considerare il fatto che quelle piccole si potevano difendere meglio.


[8] La città, che era delimitata in lunghezza, come ho detto, dai due fiumi, e non era dunque maggiore di quella parte della via Emilia che si trova tra i due ponti (di cui uno prese il nome dai Morattini, l’altro dal Pane) posti su ciascuno dei fiumi che attraversavano quella via tanto famosa, si sviluppò da una parte e dall’altra, con un consistente ampliamento. Si pensi che da una parte si aggiunse gradatamente all’antico centro tutto quello spazio che si estende fino alla porta orientale [Porta Cotogni, ndr], al di là di quel campo che poco fa abbiamo detto essere la piazza più vasta non solo della nostra città ma di tutte quelle italiane; dall’altra parte tutto lo spazio in direzione della porta occidentale [Porta Schiavonia, ndr]. Perciò è chiara la ragione per cui tutti gli edifici che si affacciano sulla via Emilia, tra ciascuno di quei ponti e ciascuna di quelle porte, sono stati chiamati e si chiamano tuttora sobborghi. A somiglianza di questi sono chiamate dai Forlivesi sobborghi anche quelle altre due strade ampie e lunghe che dalla piazza conducono alle altre due porte a sud [Porta Ravaldino, ndr] e a nord [Porta San Pietro, ndr]. Invece l’altra, chiamata un tempo “dei Cavalieri” [Via delle Torri, ndr], nonostante essa stessa cominci come le altre dalla piazza e sia ampia quanto le altre e lunga quanto quel tratto della via Emilia che ho detto era compreso tra i due ponti, al quale quasi è parallela, non fu mai chiamata – né lo è ora – sobborgo, perché non fu aggiunta, ma è stata sempre racchiusa nell’antica città.

[8] Igitur cum ejus longitudo duobus, ut dixi, amniculis definiretur, id est non major esset, quam illa pars Aemiliae viae, quae inter pontes duos interjicitur, quorum alter a Moratinis, alter a Pane accepit nomem, singuli singulis impositi amniculis, tam celebrem viam intersecantibus; adjectum utrinque magnum est additamentum. Scilicet hinc praeter illum, quem paulo ante diximus, campum, nunc Forum non modo urbis nostrae, sed totius propemodum Italiae amplissimum, quidquid ad Portam usque extenditur quae orientem spectat; inde vero quidquid ad Portam usque pertinet occasum respicentem, veteri urbi paulatim additum est. Unde causa apparet, quare aedificia quae a singulis iis pontibus ad singulas illas Portas Aemiliam continent viam, Suburbia dicta fuerint, et adhuc dicantur. Ad horumque similitudinem, quae duas alias ipsas quoque bene amplas longasque vias comprehendunt, a Foro ad totidem Portas duecentes, quae videlicet  ad meridiem est, et  quae ab septemtrionibus conversa, Suburbia a Foroliviensibus vocantur; quando alia via, Equitum olim dicta, quamvis a Foro ipsa pariter incipiat, et, siqua alia, ampla sit, nec minus longa, quam Aemiliae pars illa, ipsi ferme parallela, quam dixi inter duos pontes contineri, numquam Suburbium appellata est, nimirum quia non addita fuit veteri urbi, sed ab eadem fuerat comprehensa.


[9] Morgagni dedica poi un certo spazio alla costruzione e ricostruzione dei ponti “del Pane” e “dei Cavalieri”, ed anche alla sua diversa interpretazione della lapide che era affissa al muro vicino al ponte del Pane, nella quale il nome del Podestà che aveva fatto ricostruire il ponte, secondo tutti, era Guarino da Scovicale, famiglia assolutamente sconosciuta. Morgagni racconta che, nell’estate del 1642, trovandosi a Forlì e vedendo questa lapide, ma non riuscendo a decifrarla per l’altezza troppo elevata, ne fece una copia in rilievo con un impasto di gesso premutovi sopra e poi seccato. Immediatamente gli fu chiaro che il nome del Podestà doveva essere Guarino da San Vitale, cioè Sanvitali, nobile e conosciuta famiglia parmense.

[Tale decodificazione fu in seguito unanimemente accettata, ndr].


[10] Cambiando argomento, Morgagni passa poi a trattare dell’origine del nome dei borghi e si sofferma soprattutto su Borgo Cotogni, dimostrando particolare attenzione per eziologia e toponomastica.


[…] Se i nostri concittadini vogliono che quel nome sia stato coniato per il fatto che un gruppo di Goti abitò quella zona quando certamente i loro re avevano sede a Ravenna, e che sia stato conservato da quel tempo (V-VI secolo) fino ad oggi e per questo scrivono “Sobborgo dei Gottogni”, essi stessi non possono dire, quando si parla della costruzione di Cotignola, che questa fortezza, come abbiamo detto altrove [Ep. VIII n°4, ndr], sia stata chiamata così perché i Forlivesi mandati là nel 1276 provenivano da questo sobborgo  per cui, quando  parlano di quell’argomento, scrivono “dei Cotogni”. Ma come dichiarai per amor del vero che questo argomento non era fuori discussione, così sinceramente affermo che dai più antichi documenti non risulta, o almeno non risulta a me che pure ho cercato in essi, che quella denominazione “dei Gottogni”, conservata per tanti secoli, provenga dai Goti. Piuttosto ho trovato ciò che mi ha dato l’occasione di sospettare che molto diversa sia l’origine del nome “dei Cotogni”. […] Di sicuro esistono moltissimi documenti in cui viene nominato un “fondo che si chiama Cotonieto”, un “fondo detto Cotogneto”  o “di Cotogneto” e “Codigneto”. Si potranno leggere i tre nomi nel Supplemento del Marchesi, [2] il primo dei quali risale all’anno 962, il secondo al 1160, il terzo al 1189. Questo terreno era fuori città, ma fuori città c’era anche il campo che ora è la piazza, nonché quei terreni che erano situati non così lontano da quel campo, in quella zona di cui ora parliamo, cioè a oriente. Noto che tra questi terreni c’era anche quello che era chiamato “Plegadicio”, in seguito incluso nella città, come una volta indicavano la chiesa e l’ospitale detti di Santa Maria “nel fondo Plegadicio”, e anzi io stesso mi ricordo di aver letto negli antichi documenti “Santa Maria della Pace nel fondo Plegadizio”; risulta inoltre evidente dal primo dei documenti che ho preso in considerazione che a questo terreno  fosse vicino il “fondo Cotonieto”; ne consegue facilmente che da questo terreno racchiuso nella città, e che forse contribuiva a formare una gran parte del nuovo sobborgo, fosse nato il nome “Sobborgo dei Cotogni”, come in italiano chiamiamo i meli cidonii, di cui quel territorio era pieno. E come i Latini, secondo la testimonianza di Plinio, chiamavano “cotogne” le mele, noi chiamiamo “cotogni” i loro alberi.

[…] Si nostrates eam appellationem inde esse ortam volunt quod Gothorum pars locum illum incoluerint, tunc videlicet cum Ravennae degebant eorum Reges, et fuisse ab eo usque tempore, id est a saeculo V. aut VI. ad nostra servatam, et propterea Gottognorum Suburbium scribunt; non possunt iidem cum de Cotignolae aedificatione agitur, id oppidum, ut alias retulimus, dicere, sic fuisse nominatum, quia Forolivienses illuc missi anno 1276. ex suburbio  hoc essent, quod ubi ea de re loquuntur, scribunt Cotognorum. Sed et haec extra controversiam non esse, tunc pro veri studio fassi sumus, ut illam a Gothis denominationem Gottognorum per tot saecula conservatam esse, ex vetustioribus tabulis non apparere, aut nobis certe, in iis quaerentibus, nusquam occurrisse, ingenue fatemur. Illud occurrit potius quod mihi occasionem praebuit longe aliam suspicandi originem nominis Cotognorum. […] Scilicet Documenta extant plura, in quibus mentio fit de fundo, qui vocatur Cotonieto, de fundo dicto Cotogneto, vel Cotogneti, et de Codigneto. Tria leges in Marchesii Supplemento quorum primum ad annum attinet 962., alterum ad 1160., tertium ad 1189. Et erat quidem is fundus extra urbem; sed extra eam campus etiam erat qui nunc est Forum, nedum qui non ita procul ab eo campo siti erant fundi ad eam plagam de qua nunc loquimur, nempe ad orientem solem. Quos inter fundos cum eum quoque fuisse, constet, qui dicebatur Plegadicius, intra urbem postea conclusus, ut Templum olim, et Xenodochium significabant dicta S. Mariae in fundo Plegadicio, et vel magis quod ipse in antiquis Chartis legisse memini, S. Maria de Pace fundi Plegadizi, huic autem fundo contiguum fuisse fundum Cotonietum, ex primo illorum quae indicavi, Documentorum appareat; proclive est suspicari, ab hoc fundo intra urbem simul comprehenso, et fortasse magnam novi Suburbii partem faciente, Suburbii nomen esse ortum Cotognorum, ut italice cydonias malos, quarum plurimis ille fundus esset consitus, appellamus, et quemadmodum cotonea mala, Plinio testante, Latini vocabant, ita nos quoque cotogni vocamus earum poma.


[11] Prima di offrirci una bella immagine della città, Morgagni si sofferma sul suo perimetro – diverso nei secoli e segnato da un numero di porte maggiore – e sulla costruzione di mura e rocche.


[12] Prima che la città fosse ampliata e venisse fortificata con una grande cinta muraria e con rocche, aveva un’ampia piazza che ora chiamano “il Campo della Cattedrale”; in questo campo, dalla comune opinione dei cronisti, risulta che ci fosse il Palazzo del Podestà fino all’anno 1276. Precedentemente molto più ampio di quello attuale il foro fuori dalla città, come è stato accennato sopra, si estendeva come campo coltivato ed era chiamato Vigna dell’Abate perché apparteneva al Monastero di San Mercuriale, il cui superiore fu sempre chiamato abate sia che fosse a capo dei monaci cluniacensi, come da un antichissimo documento appare che fu prima della fine del IX secolo, sia che non lo fosse, come a lungo capitò in seguito prima che qui giungessero i monaci di Vallombrosa. Pertanto la Basilica di quel monastero e quel campanile – a questa aggiunto intorno al 1180 – che anche oggi non è da ammirare solo per l’altezza, ma anche per l’eleganza della fattura esterna ed interna, impreziosirono prima il campo e poi la piazza. Il Palazzo Pubblico, edificato principalmente dagli Ordelaffi nel XV secolo con alti portici le cui colonne, pur essendo di cotto, sono però esemplari per la struttura, fece da ornamento al lato opposto della piazza. Ora come ora non ricordo di aver letto chi per primo edificò la torre del Palazzo. Fu però necessariamente innalzata prima del 1385 dal momento che in quell’anno, come ho letto nelle cronache del Padovani e come viene confermato dal Bonoli, vi fu collocato l’orologio. Nella nostra città una volta si potevano vedere anche qua e là le case dei cittadini potenti e persino le chiese fornite di torri, alcune altissime, quanto in nessun’altra città. Le torri delle chiese venivano adornate con un pinnacolo ben lavorato a forma di cono come vediamo ancora nelle più antiche e, se ad alcune manca, è accaduto come dice della sua il Maestro  Girolamo de’ Burselli, dell’ordine dei Predicatori, nella cronaca dell’anno 1433.[3]

[12] Priusquam urbs amplificaretur, et magna murorum corona, atque Arcibus muniretur, forum quidem habuit amplum, quod nunc campum vocitant Cathedralis Basilicae: quo in campo fuisse Praetoris Palatium vel anno 1276. ex summo Chronicorum librorum consensu liquet. Sed multo amplius, quo nunc utimur, Forum extra urbem, ut supra indicatum est, in modum patebat agrestis campi, qui dicebatur Vinea Abbatis propterea quod ad Monasterium attinebat S. Mercurialis, cujus Praesul sive Monarchis praeesset, ut ante finem IX. saeculi ex vetustissimo Documento praefuisse constat, iisque Cluniacensibus, sive, ut diu postea priusquam ibi conviverent Vallis Umbrosae Monachi, non praeesset, Abbas semper est appellatus. Itaque Sacra ejus Monasterii Basilica, huicque addita circa annum 1180. ea Turris quae non ob summam dumtaxat altitudinem, verum etiam ob externae, internaeque structurae elegantiam, vel his temporibus spectabilis est, ut campum antea, sic postea Forum exornarunt. Cui ab opposito latere ornamento fuit Palatium Publicum, ab Ordelaffis praesertim exaedificatum saeculo XV. non sine altis porticibus, quarum columnae ut lateritiae sint, artificio tamen commendantur. Palatii turrim quis primus exstruxerit, legisse, in praesentia non memini. Sed ante ea tempora extiterit, necesse est, si anno 1385., ut in Paduanii Chronicis vidi, et confirmat Bonolus, horologium in ea collocatum fuit. Turribus praeterea, nonnullis etiam praealtis, domus quoque potentium civium passim instructae, siqua in alia, in nostra urbe olim conspiciebantur, nedum Sacrae Aedes. Harum vero Turres suo quaeque elaborato in coni modum pinnaculo ornabantur, ut in paulo vetustioribus adhuc videmus. Nam quod in quibusdam nunc desit, casu aliquo factum est, qualem de sua ad A. 1433. in Chronicis indicavit Magister Hieronymus de Bursellis ex Praedicatorum Familia.


[13-14] I paragrafi che precedono quello finale sono dedicati principalmente all’indicazione delle altre piazze di Forlì; oltre a quella della Cattedrale, altre quattro: quelle davanti ai Monasteri degli Eremiti di Sant’Agostino [oggi Piazza Dante, ndr], al Monastero dei Servi di Santa Maria Vergine [oggi Piazza Morgagni, ndr], al Convento di San Francesco [davanti a Palazzo Albicini, ndr] e al Convento di San Domenico [oggi Piazza Guido da Montefeltro, ndr].


[15] Nella parte conclusiva della lettera appaiono chiari il valore fondamentale che Morgagni attribuiva ai documenti come fonte principale per una corretta conoscenza del passato, e la netta riprovazione per chi non cura queste testimonianze.


[15] […] Ma bisogna essere indulgenti con i nostri concittadini e anche con me, se a causa dei numerosi incendi, talora di quasi tutta la città, sono andati distrutti e non sono potuti giungere alle mani degli storici, ed ancor meno nelle mie, molti documenti del passato. Infatti per non parlare di quell’incendio che si crede fosse del 1089, da antichi documenti si capisce che ne avvenne uno anche nel 1126 e un altro nel 1388, ma il più memorabile fu quello che si verificò tra questi due nel 1173, appiccato da uomini scellerati, e che si estese tanto che devastò tutte le chiese, le case vicine e anche, cosa che interessa di più per il nostro discorso, il Palazzo del Vescovo e il Monastero di San Mercuriale al punto da distruggere gli antichissimi scritti che erano custoditi in entrambi i luoghi, specialmente nel monastero. Ma anche nel 1276, appiccato il fuoco dagli Ordelaffi e dagli Orgogliosi, andò bruciato il Palazzo Pubblico del Podestà. E anzi, dopo che gli Ordelaffi, bramosi già da tempo del potere sulla città, lo ebbero ottenuto, sotto la signoria di Francesco Ordelaffi, nel secolo successivo lui stesso di nuovo bruciò  le carte che dopo quel vastissimo incendio il monastero aveva di nuovo raccolto per quanto poté; e così, come scrisse Padovani nella cronaca nel 1359, il legato pontificio, riconquistata la città, dovette costringerli a consegnare al monastero le copie  di alcuni di quei documenti, se per caso ne avessero conservate. Agli incendi poi si aggiunsero sventure numerosissime dal momento che i cittadini, appartenendo alcuni ad una fazione altri ad un’altra e venendo alle mani spesso e per lungo tempo, ora abbattevano queste case, ora quelle, ora se ne andavano in altri luoghi. E gli eredi dei notai, o per ignoranza o volontariamente o per dimenticanza dovuta al passare del tempo, lasciavano che si perdessero quei documenti che avrebbero dovuto curare con attenzione; solo dopo il 1558 venne istituito un archivio pubblico in cui porre tutti i documenti. Perciò, chiarite le ragioni per cui le scritture antiche andarono perdute, sarà molto più facile ai posteri conoscere i fatti più recenti che ai nostri storici reperire quelli che avvennero in tempi antichissimi. […]

[15] […] Sed nostratibus, mihique adeo ipse ignoscendum est, si propter plura urbis, nonnunquam pene totius, incendia, pleraque absumpta Majorum monumenta ad Historicos nostros,  multoque minus ad me pervenire non potuerunt. Namque ut illud omittam incendium quod A. 1089. creditur accidisse; aliud ex vetustis Documentis contigisse intellegitur A. 1126., aliudque A. 1383.  Memorabile autem prae caeteris fuit quod inter haec duo, anno videlicet 1173. impiorum hominum scelere excitatum, adeo se extendi, ut Templa ferme omnia, nedum proximas domus comprehenderit, et, quod ad propositum nostrum vel magis attinet, Episcopi Aedes, et Monasterium S. Mercurialis, ut Chartas antiquissimas, quae utrobique, et in Monasterio praesertim, asservabantur, consumpserit. Sed anno quoque 1276. igne ab Ordelaffis, et Orgogliosis injecto, Publicum Praetoris Palatium conflagravit. Quin posteaquam Ordelaffi, qui jam tum Civitatis imperium aucupabantur, eo denique potiti essent, insequenti saeculo cum Franciscus ex ea Gente dominaretur, tabulas quas post gravissimum illud incendium Monasterium, ut potuit, rursus coegerat, rursus ipse combussit; ut, quod Paduanius in Chronicis ad A. 1359. adnotavit, Legatus Pontificis, recepta Civitate, mox cogere debuerit, siqui forte aliquarum ex iis tabulis exempla haberent, ut ii Monasterio traderent. Ad incendia casus accesserunt prope innumeri, cum cives alii aliis partibus addicti, eoque inter se diu, ac saepius dimicantes, modo has, modo illas domus funditus evertebant, modo alio emigrabant: vel cum tabellionum haeredes quas diligenter servare debuissent tabulas aut inscitia, aut dolo, aut longi temporis oblivione intercidere sinebant; neque enim ante annum denique 1588. Tabularium Publicum institutum est, quo tabulae omnes inferrentur. Itaque jam diu sublatis causis fere omnibus  propter quas anitquiores Chartae perierunt, multo facilius erit Posteris ea conoscere quae his postremis saeculis acciderint, quam superioribus fuerit Historicis nostratibus illa reperire quae vetustissimis temporibus hic contingerunt. […]

[1] G.Mazzatinti, Archivi della storia d’Italia, Rocca San Casciano,1897-1904

[2] S. Marchesi, Supplemento istorico dell’antica città di Forlì, Forlì, 1678

[3] Il maestro Girolamo de’ Burselli nella sua Cronica gestarum ac factorum memorabilium civitatis Bononie dice a proposito dell’anno 1433: “Magni terremotus Bononie fuere qui multa hedifitia deiecerunt. Fulgur e celo cadens turrim Asinelorum multipliciter offendit“. Dobbiamo dunque pensare a fulmini anche per i pinnacoli mancanti dei campanili di Forlì, secondo Morgagni.

Giuseppe Missirini, Veduta del palazzo Pubblico della città di Forlì presa sul campanile di San Mercuriale, 1798 disegno a penna Biblioteca Comunale Forlì, Raccolte Piancastelli, Sez. Stampe e Disegni, Album Forlì 6 / 6

Giuseppe Missirini,
Veduta del palazzo Pubblico della città di Forlì presa sul campanile di
San Mercuriale, 1798
disegno a penna
Biblioteca Comunale Forlì, Raccolte Piancastelli, Sez. Stampe e Disegni,
Album Forlì 6 / 6