Introduzione

Le Epistolae Aemilianae sono quattordici lettere di argomento storico, archeologico, geografico, in cui Morgagni, abbandonata per un momento la sua occupazione principale (lo studio dell’anatomia), si dedica, senza risparmio di energie, alla “cura” della sua terra. Risultano, perciò, nell’ambito della sua produzione data alle stampe, un’opera di secondo piano, tuttavia apprezzatissima sia dagli intellettuali del suo tempo, che da quelli di epoche successive.

I PARERI DEGLI ALTRI

Francesco Maria Zanotti, filosofo e presidente dell’Accademia delle Scienze di Bologna (1692-1777), in una lettera del 1776 pubblicata sul Giornale di Pisa, esalta le Epistole rimarcando la sicurezza e l’eleganza di Morgagni che potrebbero fornire un modello per chi si volesse cimentare in studi dello stesso genere.

Bartolomeo Borghesi, grande archeologo, originario di Savignano (1781-1860), in una lettera del 14 settembre 1841 ad Antonio Vesi (1805-1855), autore di una Storia di Romagna, dopo aver magnificato le lodi delle Epistole, pur ammettendo la necessità di correggere o ampliare “molte cose specialmente epigrafiche” alla luce dei progressi dell’archeologia, sostiene che non si possa parlare di antichità della Romagna “senza consultarle, essendovi raccolto con molto giudizio tutto ciò che si sapeva a quel tempo”.

Sei anni dopo, (12 gennaio 1847) nella risposta a Camillo Versari, professore di Patologia generale all’Università di Bologna e grande ammiratore di Morgagni, che gli aveva proposto la traduzione delle lettere, lo stesso Borghesi, pur rifiutandola, soprattutto a causa dell’età avanzata, affermava che “(il libro) fosse il migliore tra quelli che trattavano delle antichità della nostra provincia”.

E così, pure Luigi Rava (1860-1938), giurista e uomo politico, nato a Ravenna, definisce le Emiliane “un esempio meraviglioso di dottrina, di erudizione, di acutezza e di felici intuizioni che oggi pure sorprendono”.

IL GIUDIZIO DI SE’

il parere dello stesso Morgagni risulta tuttavia in contrasto con questi commenti tutti positivi, quando non addirittura entusiastici. Infatti, in una lettera (2 settembre 1766) all’abate Girolamo Ferri, dotto latinista, chiama le sue epistole “le mie povere imperfettissime Emiliane” e, quattro anni prima (16 ottobre 1762), nella dedica delle Epistole al Senato forlivese aveva scritto: “pro me Epistolas saltem ipsas ad Vos remitto, quales eae cunque sunt. Nam, praeter unam, aut alteram,non relegi qui scirem, nisi istic perfici non posse, alia videlicet, atque alia, in quibus haesitabam, cum de proximis, tum de nostra praesertim Urbe perquirendo, et sciscitando”.  (“Vi rimando le Epistole, così come sono. Infatti, tranne una o due, non le ho rilette perchè pensavo che potessero essere completate solo lì da voi, informandomi e facendo ricerche, a proposito dei dubbi che avevo sulle città vicine, ma soprattutto sulla nostra.”)

Dietro affermazioni di questo genere possiamo individuare una personalità seria e rigorosa che della ricerca attenta e puntuale fa un proprio punto d’onore e che mira sempre a quella precisione a cui è abituata nell’ambito dell’analisi medico-scientifica, ma che qui teme  di non aver raggiunto, vista l’impossibilità di verificare i dubbi “sul campo” e di ricontrollare le Epistole.

LO STILE

Quanto allo stile, anche questo fu spesso elogiato. F. M. Zanotti così diceva allo stesso Morgagni: “Quanto più leggo…tanto più ammiro l’immensità del saper vostro, e l’infinita eleganza, chiarezza, politezza con cui sapete esporlo…Il mondo ha pochi, o più tosto niuno, ch’io sappia, il qual possa paragonarvisi”. E Laura Maria Bassi (1711-1778), prima donna al mondo ad ottenere una cattedra universitaria, lo definì “il maggior letterato che avesse l’Italia”.

Tuttavia, come fa notare Paolo Amaducci nell’introduzione all’edizione forlivese del 1931, corredata dalla volgarizzazione di Ignazio Bernardini, risalente alla prima metà dell’Ottocento, lo stesso Bernardini fu l’unico a cimentarsi in una traduzione completa delle lettere, forse per la difficoltà che le Epistole presentavano a chi volesse tradurre “in buon italiano e con sicurezzaSe infatti” sostiene Amaducci “veramente il Morgagni fu da’ suoi contemporanei considerato come il più grande scrittore latino allora vivente, è pur vero che, per lo stile quanto mai denso di pensieri e svolgentesi in teorie lunghe e serrate di proposizioni, e per essergli, a sua confessione, mancato e il tempo e il modo di emendare là dove gli pareva, ed era necessario per rendere anche più chiara e precisa l’idea, si palesa, quant’altro mai, difficile ad essere interpretato degnamente”.

IL NOSTRO APPROCCIO

Per noi che, tra le quattordici lunghe epistole, abbiamo scelto la IX, quella nella quale Forlì, la nostra città, è protagonista, le difficoltà non sono state poche: non solo perché non siamo latinisti del calibro di Bernardini, ma anche perché ci siamo trovati davanti all’immagine di una Forlì che non è più la nostra e che abbiamo cercato di ricostruire, per capire meglio, anche attraverso  letture e approfondimenti dell’argomento.

Inoltre, ritenendo che alcuni paragrafi dell’epistola fossero un po’ troppo specialistici e forse di interesse minore – talora, per es. l’autore si sofferma sull’interpretazione di epigrafi o su un elenco di vescovi che non appare in nessun catalogo –  abbiamo privilegiato la traduzione di quelli che ci sembravano documentare meglio, da una parte alcuni aspetti storici, archeologici ed anche eziologici della nostra città, dall’altra la curiosità, la scrupolosità e la precisione nella ricerca di Morgagni.

Per quello che riguarda in concreto il nostro lavoro, abbiamo optato per una traduzione indubbiamente meno purista di quella di Bernardini. Lo spirito che ci ha guidato è stato quello di produrre un discorso che fosse, oggi, se non di piacevole, almeno di agevole lettura. Ci siamo trovati di fronte ad alcune difficoltà a cui non eravamo abituati, in parte perché, solitamente quando traduciamo, non pensiamo ad un lettore diverso dall’insegnante, in parte, oggettivamente, perché il periodare di Morgagni risulta particolarmente ricco e complesso nello sviluppo, al punto che è stato inevitabile, talora, ricorrere a qualche “licenza”. Per esempio, abbiamo cercato di alleggerire le pesanti subordinazioni che avrebbero reso il testo italiano di difficile lettura, interrompendo talvolta il discorso e creando un nuovo periodo o trasformando i pronomi relativi in dimostrativi anche quando non erano nessi. Abbiamo poi cercato di utilizzare un lessico che, senza tradire gli intendimenti dell’autore, potesse risultare più consono e adeguato al nostro tempo.

In conclusione, possiamo dire che abbiamo intrapreso questo lavoro consapevoli di non poterci avvicinare ad esso utilizzando i mezzi più familiari a noi, cresciuti nell’era digitale, ma incuriositi dal “mettere le mani” tra i primi (secondi solo a Bernardini) sull’epistola del Morgagni; dunque ci riteniamo complessivamente soddisfatti del risultato ottenuto e arricchiti da questa nuova esperienza.

Vincenzo Coronelli, Mappa della città di Forlì e dei suoi dintorni, 1694 o 1696 incisione all'acquaforte Biblioteca Comunale Forlì, Raccolte Piancastelli, Sez. Stampe e Disegni, Album Forlì 6 / 5

Vincenzo Coronelli,
Mappa della città di Forlì e dei suoi dintorni, 1694 o 1696
incisione all’acquaforte
Biblioteca Comunale Forlì, Raccolte Piancastelli, Sez. Stampe e Disegni,
Album Forlì 6 / 5

Vincenzo Coronelli, Mappa della città di Forlì, 1694 o 1696 incisione all'acquaforte Biblioteca Comunale Forlì, Raccolte Piancastelli, Sez. Stampe e Disegni, Album Forlì 6 / 4

Vincenzo Coronelli,
Mappa della città di Forlì, 1694 o 1696
incisione all’acquaforte
Biblioteca Comunale Forlì, Raccolte Piancastelli, Sez. Stampe e Disegni,
Album Forlì 6 / 4