Acquaviva e Acquacheta

Il primo a trattare della situazione morfologica dei fiumi e dei canali forlivesi fu Gian Battista Morgagni, attraverso una ricerca alla quale si approcciò in modo scientifico e quasi “anatomico”.  Le maggiori difficoltà riscontrate dal medico in tale studio furono la ricostruzione dell’antico corso dei fiumi e l’identificazione del nome originario, come dimostra nelle Epistole Emiliane II e IV. Tali  difficoltà erano dovute al fatto che l’antico  forum, risalente al II secolo a.C., differiva notevolmente dall’impianto cittadino a lui contemporaneo; inoltre egli non aveva ovviamente a disposizione gli strumenti che abbiamo noi oggi per una corretta valutazione geostorica. Infatti ‘Sua Maestà Anatomica’ formulò la propria ipotesi senza aver trovato menzione alcuna né tra i Greci né tra i Latini: soltanto Plinio sembra che li abbia nominati entrambi nella Naturalis Historia. Successivamente a Morgagni, il fondamentale tentativo di ricostruire la situazione ambientale del sito di Forlì, a partire dalla fondazione della città romana, è stato compiuto da Pietro Zangheri nel 1927.

Da quest’ultimo viene ipotizzato che, a valle della confluenza con il Rabbi (Acquaviva), il fiume Montone (Acquacheta) presentasse due diramazioni: una,quella più a monte, “ramo di Acquaviva”,  attraversava l’attuale centro di Forlì (Piazza A. Saffi); l’altra, più a valle, si divideva nel “ramo dei Morattini” e nel “ramo di Schiavonia”: il primo attraversava la città all’altezza dell’attuale Piazzetta Melozzo, il secondo formava il meandro, oggi abbandonato, fuori Porta Schiavonia. Successivamente (forse nel 1044, come sostiene P. Bonoli nella sua storia di Forlì), a causa delle ricorrenti inondazioni della città, un Ordelaffi, Scarpetta, capitano del popolo, avrebbe fatto sbarrare il ramo di Acquaviva facendone confluire le acque nel “ramo dei Morattini”. Inoltre avrebbe aumentato la portata di tale ramo facendovi confluire anche le acque del canale di Ravaldino, prima fatto defluire nel letto abbandonato e poi collegato al “ramo dei Morattini” attraverso un canale artificiale. Questa immissione avrebbe però aggravato la situazione idraulica del ramo dei Morattini e imposto ben presto un successivo intervento di deviazione delle acque nel ramo di Schiavonia. Infine col taglio del meandro fuori Porta Schiavonia si sarebbe giunti alla situazione attuale. A questa ipotesi hanno fatto riferimento quanti, direttamente o indirettamente, si sono successivamente occupati del problema.

Se dobbiamo ammettere che complessa ed irrisolta, se non irrisolvibile[1] è la questione dei rami fluviali naturali o artificiali che hanno attraversato l’area urbana in epoca storica, tuttavia la situazione generale dei fiumi è rimasta quasi inalterata. Ora tre corsi d’acqua sfociano da tre vallate appenniniche: si tratta dei fiumi Montone, Rabbi e Ronco. I primi due confluiscono ed i rami rimanenti attraversano la pianura descrivendo un’ampia curva verso ovest.  Si osserva che in pianura il Ronco ed il Montone segnano i confini del territorio forlivese con quelli di Forlimpopoli e di Faenza: il Ronco, proveniente dalla vallata di Meldola, scorre tra i territori di Forlì e Forlimpopoli mentre il Montone, dopo il ponte di Schiavonia, svolta decisamente verso Faenza. Rabbi e Montone confluiscono circa a 1,5 km dal centro storico di Forlì, presso Vecchiazzano, ed il nuovo fiume lambisce da ovest le mura della città separandola dal quartiere dei Romiti.

Le ricerche storico-geografiche  non diedero subito a Morgagni vastissima fama, però questa sua capacità di dare ordine ai segni dell’antico in un territorio fu in un qualche modo compresa in Romagna: il Consiglio Segreto di Forlì, del 1763, nel rendergli onore dichiara che i suoi scritti portano i punti principali della nostra città e delle città e dei paesi circonvicini; mentre Borghesi (1841) afferma che Morgagni era il migliore di quanti hanno fin qui discorso dell’antico stato della nostra provincia. In conclusione, l’autopsia del territorio operata da Morgagni, pur servendosi dei limitati mezzi dell’epoca, è da ritenersi attuale nel suo approccio metodologico e, con le parole di Susini, potremmo dire che, con la medesima meticolosità, oggi anche Giambattista Morgagni userebbe il laser.[2]

[1]    G.F. Brusi, Il palazzo comunale di Forlì. Da un antico inedito disegno note di storia e immagini scomparse,Cesena, Il Ponte vecchio, 2010

[2]    G. Susini, Morgagni storico del territorio in De sedibus et causis . Morgagni nel centenario, Roma,1986